declini: sull’abbattimento delle statue

Bristol, 2020. Edward Colston, faccia di bronzo di cinque metri e mezzo, precipita dal piedistallo, abbattuto da una folla urlante. Viene trascinato con corde pesanti – pesanti come catene, le catene che cingevano il collo dei suoi schiavi – e gettato in acqua. Affoga, come i sixty million and more a cui Toni Morrison dedica il suo capolavoro Beloved: africani ed africane che giacciono nell’infinito cimitero subacqueo atlantico, quelli che la piantagione non la hanno nemmeno mai vista nè raggiunta. Un giusto contrappasso per Colston.

Il re è caduto. Ha compiuto un moto discendente, è sceso: si è mosso verso il basso, insomma, un po’ come ha fatto Trump qualche giorno prima, arrancando verso il bunker, spaventato da una folla inferocita – chissà, forse inciampando, scivolando, rotolando dalle scale. Di fronte all’immagine del rugoso schiavista capitolante (Colston, ma anche Trump), e di fronte alle decine di altre statue che in tutto il mondo hanno fatto la stessa fine, qualcuno si è chiesto: quali statue sono da abbattere, quali schiavisti da condannare? Non erano forse, romani e greci, schiavisti come lo erano gli inglesi? E ancora, è giusto cancellare la storia, rimuoverne i simboli, abbatterne i drappi? O non va forse la storia ricordata, per non essere ripetuta?

La schiavitù atlantica

La schiavitù non se la sono inventata i bianchi. Quando, nel 1500, gli europei cominciarono a fondare basi commerciali sulla costa africana occidentale, gli schiavi li compravano da commercianti africani. Attraverso tutto il Sahara, una consolidata rete di traffico umano collegava il mondo arabo ai fiorenti regni dell’Africa occidentale, molti dei quali basavano gran parte dell’economia sul commercio di schiavi. La schiavitù, è chiaro, esisteva da prima. In Europa e in Africa. La novità sconvolgente della tratta atlantica è stata la trasformazione del corpo razzializzato in una delle prime merci di largo consumo del proto-capitalismo globalizzato. Questo fenomeno è avvenuto attraverso due associazioni simboliche che hanno gettato le basi del razzismo odierno.

La prima è schiavo = oggetto. Prima della tratta, schiavo era un umano di rango inferiore – infimo, certo, ma sempre umano. Dall’inizio della tratta in poi, schiavo non è più umano. Diventa puramente oggetto, strumento, ma non solo: oggetto in serie, uno su un milione, uno su sessanta milioni, uno che l’affondare di navi e navi nella traversata erano danni economici calcolati. Oggetti, solo oggetti (con l’unica eccezione degli stupri seriali di milioni di donne, momenti in cui i colonialisti sembravano ricordarsi della natura vitale e carnale della schiava). Oggetti a non finire e tutti uguali, come saranno poi gli oggetti sfornati dalle catene di montaggio del capitalismo fordista.

La seconda è che schiavo diventa, una volta per tutte e per sempre, una categoria sociale totalmente razzializzata. La tratta atlantica ha cristallizzato insieme, indissolubilmente ed eternamente, la connotazione sociale della schiavitù e quella razziale della blackness. È importante capire questa dinamica per capire il rapporto costituente della razza nella modernità globalizzata, atlantica, capitalista, eurocentrica. Il razzismo non viene prima della modernità, ma la fonda e la tiene insieme, come calce tra i mattoni. Prima ho menzionato che gli europei compravano schiavi neri da schiavisti neri. Nei primi secoli della tratta, infatti gli africani rappresentavano per gli europei dei partner commerciali incivili, sicuramente (soprattutto perché pagani, in opposizione alla cristianità europea), ma non biologicamente inferiori. In questo senso, la tratta cinquecentesca e seicentesca non è un esempio di evento razzista premoderno. Al contrario, la tratta atlantica nasce come evento pre-razzista, o proto-razzista. Il razzismo è una conseguenza della tratta, non una sua causa. La superiorità bianca verrà inventata, teorizzata, come giustificazione dell’assoggettamento schiavista e coloniale. Di conseguenza, non è un’eredità dell’antichità, ma una novità moderna.

Titus Kaphar, Beyond the Myth of Benevolence (2014)

Vita, non vita

L’esperienza della piantagione è stata un’esperienza nella quale tra la sospensione della vita e l’inflizione della morte si è inserito uno scarto temporale all’interno del quale non c’è differenza tra il vivere o il morire, il respirare o lo spirare.

“I can’t breathe, I can’t breathe, I can’t breathe.”

Non a caso Black Lives Matter. Non a caso il termine vite. Quello della nave e della piantagione non è stato solo un crimine come altri, una violazione della persona, sfruttamento o assoggettamento o dinamica di potere, come sono tutte le schiavitù, antiche e moderne. Quello della nave e della piantagione è stato l’annullamento della vita, in tutti i sensi linguistici, filosofici, morali e politici in si possa pensare questo termine, forse il più grande e il più rimosso. “E cosa fare”, mi chiederanno, “dobbiamo cancellare anche i pochi monumenti a ricordo di quel periodo?”. La statua di Colston non ricorda le atrocità atlantiche, non le commemora, ma le cristallizza, come un sigillo a guardia della loro posizione di potere. Le protegge, le immobilizza per sempre come insetti nell’ambra. Abbattere le statue non vuol dire cancellare la storia, o sopprimerla. Anzi. Vuol dire liberarla, farla uscire. Evocarla, rompendo il sigillo che la nasconde. Farla uscire dai musei e dalle statue. Svelarla. La storia va gettata nella folla, va guardata negli occhi, trascinata verso il basso, in basso come noi, in mezzo alla strada, al livello zero della vita, quando è schiacciata dagli stivali dei padroni.

Titus Kaphar, Darker Than Cotton (2017)

Capitalismo neoliberale e settler colonialism

Il razzismo non è dunque una disfunzione moderna, ma la faccia nascosta, rimossa, fondante, della sua impeccabile funzionalità. Razzismo, colonialismo, schiavitù, sono nello zucchero che pigramente si scioglie la mattina nell’english tea (per citare Stuart Hall), sono nelle scelte estetiche, nel linguaggio, nel modo di pensare lo spazio, le mappe, nella mobilità, nel concetto stesso di nazione e di stato, nel modello economico dominante. “L’America è fondata sul razzismo”: frase comune e complessa, profonda. Locke, teorico inglese, famoso liberale, e contributore, tra gli altri, della Costituzione della Carolina, era proprietario di piantagioni e schiavista. Arneil (1996), sostiene che il suo Secondo Trattato sul Governo sia una giustificazione del settler colonialism in America e dell’uso della manodopera schiava nera. Il trattato, che contiene la teorizzazione, tra gli altri, del concetto di proprietà privata, è la base teorica del modello neoliberale che, dagli anni 70 ad oggi, si è imposto a macchia d’olio come l’ideologia dominante del ventunesimo secolo, partendo dall’America reaganiana e dall’Inghilterra thatcheriana verso tutte le periferie globali. Un testo cardine del liberismo, dunque, che è la dottrina economica su cui la contemporaneità è basata, nasce invischiato in radici coloniali e schiaviste, scritto da un difensore delle piantagioni che, al momento della stesura, aveva grandi affari in ballo in territorio americano.

Non è un caso dunque che le rivolte antirazziste abbiano sconvolto un corpo mondiale malato di tardo capitalismo. Non è un caso che la rabbia e la nevrosi che un mondo sfinito da politiche neoliberali e sregolate siano emerse nella forma di proteste antirazziste. Il capitalismo è nato schiavista, atlantico, coloniale, razzista. Nell’ambito del pensiero decolonial, un’importante rivisitazione teorica degli studi postcoloniali, si parla della differenza tra colonialismo e colonialità. Il colonialismo è la conquista fisica, del territorio, il controllo politico della terra. La colonialità è ciò che ne eccede, che rimane quando le lotte decoloniali strappano la terra dalle mani degli usurpatori, quando l’indipendenza apparente comincia. Il pensiero decolonial si riferisce soprattutto al Sud America, terra dalle cui vene aperte (per citare Galeano) scorre ancora troppo sangue – sangue indigeno, che macchia anche le mani dell’italianissima famiglia Benetton.

La folla urlante di Bristol, insieme alla statua di un vecchio bianco, ha buttato giù il velo di Maya: il velo della colonialità che tinge di rosso il moderno e ne turba la superficie liscia – liscia come le macchine neofuturiste, brillanti e satinate di Elon Mask, e suoi avveniristici razzi spaziali. Il moto calante di Colston, buttato a terra da una folla inferocita, in una delle città più giovani e fervide dell’Inghilterra liberale e ancora coloniale, mi ha colpito come solo il re nudo può fare. Non conosco i manifestanti, non ero là. Forse, però, sono giovani, come me, precari e precarie, forse sfinite da un mesi duri, di pandemia e morti. 2020: un anno in cui un futuro profumato di novità e giustizia tarda a sbocciare, soffocato dal vecchiume rugoso e pallidiccio della Brexit, di un NHS sfinito da politiche post-thatcheriane, nel cuore di in una delle società più classiste al mondo, quella inglese, in cui la stratificazione sociale si appoggia sulla linea del colore. Ed ecco che nel cuore del mondo neoliberale, giovani esausti abbattono la statua di un vecchio schiavista e lo buttano in acqua. Giovani belli e potenti compiono un gesto disarmante, gesto dalla banalità quasi agghiacciante, gesto simbolico sconvolgente, perturbante, entropico e definitivo.

Le proteste del 2020 assumono nella mia testa, ora, un significato nuovo e ovvio, quasi banale. Black Lives Matter 2020 non è solo una lotta contro il razzismo. È molto di più. È una lotta per rimuovere il rimosso coloniale di una modernità globalizzata e capitalista, neoliberale e privatizzata, ingiusta e violenta, vecchia e bianca, che è strutturalmente anche coloniale e schiavista. Colston discende, come Trump. E quando il potere arriva tra la calca, tra l’assembramento degli sfruttati, allora gli si può vedere la faccia, vicina, quasi a sentirne l’alito stantio: e se ne leggono negli occhi la miseria e la viltà.

indovina

Un’indovina appoggia il palmo di una mano arida sulla mia fronte. Mi guarda con occhi di mandorla, occhi grandi di gatta selvatica. Occhi come i miei. La guardo e vedo me, il mio riflesso nello specchio. Confusione, forse droghe. Ma sono io questa indovina? Sei Altra o sei Io? Chi sei, indovina? Chi sei tu che appoggi il palmo di una mano arida appena sopra i miei occhi di mandorla.

Pausa.

L’indovina mi guarda e sorride, ma non muove le labbra. Le labbra. Immobili. Due lembi di carne succosa, se li osservo attentamente riesco quasi a percepire il tremore del sangue che pulsa appena sotto la superficie sottile di quel velo di pelle rossa.

L’indovina mi guarda e sorride con gli occhi. Grandi. Enormi. Giganteschi. Sorridendo gli occhi si aprono, si allargano, si espandono. Il nero della pece esce dal confine della pupilla, le copre il naso, le labbra, il viso, occupa tutto il mio campo visivo, due occhi diventano uno solo, la pece si prende tutto, adesso vedo solo nero, il nero dei suoi occhi, o forse è nero perché li ho chiusi io, o forse è nero perché mi sono avvicinata troppo al suo viso e ci sono caduta dentro, forse non erano occhi erano buchi e mi hanno risucchiata e adesso non ho percezione di quello che succede, non so dove sono, mi gira la testa – sarà una magia? -, sento solo dita scorrermi sulla pelle, cento dita, mille dita contemporaneamente, non sono più aride, sono morbide, adesso sono umide, intinte nella fontana della vita che mi cola tra le gambe, cola rosso, cola il sangue che la vita la dona e la toglie, come questa indovina.

Un corpo di gatta adesso è sopra di me, muscoli tesi, io inerme, mi guida ma non temo nulla. Un’energia bianca si è appropriata delle mie membra. Espiro, sopraffatta. 

 

 

 

 

 

 

il separatismo è un problema dell’uomo

Nasce tutto così: uno spazio, uno spazio fisico, una casa. Delimitata dai confini dei suoi muri, viene occupata da un gruppo di compagne che decidono di farne uno spazio attraversato da sole donne. Uno spazio sicuro, autodeterminato. Una piccolissima, minuscola, microscopica parte di mondo, che per il brevissimo tempo che la vita umana e le casualità esterne le concederanno, rimarrà un luogo di vita prettamente femminile.

Putiferio. Le critiche volano, la questione è spinosa, controversa. Molti uomini non sono d’accordo. Logicamente, nessun oppressore è stato mai d’accordo con le pratiche di liberazione dal proprio stesso dominio. Le critiche al separatismo si muovono su molti livelli. C’è la critica funzionale (“non è efficace”), la critica ideologica (“è estremista”), e il matriarcato, e la seconda ondata, e i 70, e chi più ne ha, più ne metta.

La verità è che il separatismo è un problema che concerne l’uomo, non la donna. E questo perché l’uomo, di fronte ad un accesso negato, si trova davanti ad una sensazione nuova, che non ha mai sperimentato in vita sua: l’esclusione.

Mai l’uomo è mai stato escluso dallo spazio pubblico, di sera, con la paura di essere stuprato. Mai ha sperimentato la sensazione che quel luogo non gli appartenesse, non fosse fatto per lui. Né negli spazi solitari, ha avuto paura di trovarsi da solo con qualcuno, né in quelli affollati, ha avuto paura di trovarsi mani viscide e indesiderate in mezzo alle cosce e sentire i conati di vomito salire a ondate.

Mai il bambino è stato escluso dallo spazio dei giochi, mai gli è stato detto noi i maschietti in squadra non li vogliamo.

Mai l’uomo è mai stato escluso da un linguaggio che non lo rappresenta, mai egli fu chiamato con parole fatte per altri. Mai l’uomo è stato escluso dallo sguardo, mai fu non visto, non notato, ignorato, dimenticato.

Mai l’uomo fu escluso dai ruoli del potere, mai dalle cariche politiche, mai dalle cattedre universitarie. Mai si sentì escluso dalla storia del sapere, mai un accesso fu negato in una biblioteca, in una chiesa, in un ufficio, in un gruppo armato, in una nave di pirati, in una sezione di partito, in una sala d’oppio, o in salotto quando ci sono ospiti.

Mai gli fu negato di sedersi a tavola, mai di mangiare davanti ad altri.

Mai l’uomo è stato escluso dal proprio corpo, mai provò la sensazione di abitare una casa di carne che non gli appartiene, e che al massimo abita in affitto. Mai egli fu proprietà altrui, mai gli fu negato l’accesso alla sua stessa carne.

Mai egli scoprì parti del proprio corpo di cui mai aveva immaginato l’esistenza, che gli erano state oscurate ed interdette. Mai venne brutalmente privato di queste con un coltello da cucina.

Mai soprattutto l’uomo fu escluso dal proprio sé, dalla sua stessa identità. Mai l’uomo si è svegliato la mattina volendosi strappare di dosso l’altro che è in sé, chiedendosi disperatamente chi sono io? Cosa di me è mio e cosa di me è un risultato dello sguardo che mi ha forgiato? Mai l’uomo ha esperito la colonizzazione della mente, mai l’uomo ha provato il panico di un’oppressione che giace nel letto, che giace nel cuore. Mai l’uomo ha avuto la percezione che tutto lo spazio della propria vita fosse occupato da un’entità esterna, estranea, coloniale.

Mai l’uomo ha sofferto la mancanza di spazio.

L’uomo è cresciuto rassicurato dal suo protagonismo costante, dal suo egoismo narcisista e viziato. L’uomo non vede il soffocamento femminile perché ci è seduto sopra. Non ha mai visto ergere un confine alla sua onnipotenza, onnipresenza, onniscienza. Non esistono per lui zone d’ombra, nulla gli è stato interdetto. Egli è in sé stesso, ma è anche fuori da sé: la sua identità maschile si espande in modo uniforme oltre ogni confine, perché il mondo è maschio e il maschio è il mondo, e comodamente i confini della sua identità si stiracchiano verso ogni dove, prendendosi lo spazio del femminile, senza chiedere, perché l’uomo dà per scontato che ogni spazialità gli sia stata democraticamente concessa. Il mondo è fatto a sua immagine e somiglianza.

L’uomo che non è d’accordo con il separatismo è come quei bambini che, abituati ad avere tutto, ben più di quanto essi necessitino, piagnucolano e fanno i capricci nel momento in cui viene loro tolto anche il più piccolo giocattolo, quello che non usano mai. Cosa provoca il pianto nel bimbo sottratto dell’inessenziale?  A cosa serve agli uomini entrare nell’unico spazio cittadino a loro interdetto? Sono pochi metri, in fondo, in un mondo intero. Il problema è che quel veto, quel NO, fa crollare la sua onnipotenza. Mette in crisi la sua condizione divina, lo costringe a rivalutare sé stesso.

Mbembe diceva che ampliare l’archivio non è solo un atto di inclusione, ma un atto di messa in crisi. Accettare fonti diverse nell’archivio implica che le fonti presenti diventeranno qualcosa di diverso: se io accetto la tua omosessualità, qualcosa della mia eterosessualità va in crisi. Se accetto che puoi essere italiana e nera allo stesso momento, qualcosa nelle mie certezze nazionaliste va in crisi. Se accetto che puoi vivere una relazione poliamorosa soddisfacente, qualcosa nella mia monogamia va in crisi. Allo stesso modo, se accetto che un gruppo di donne possa vivere senza uomini, avere un’esperienza politica appagante ed intensa, da cui io sono escluso, qualcosa nel mio delirio di onnipotenza maschile va in crisi. In questo senso il separatismo femminile è un problema maschile.

E alcune penseranno – che occasione stupenda potrebbe essere per l’uomo incontrare sulla sua strada un’esperienza che gli permette di mettere in crisi la propria mascolinità tossica! E chi lo pensa è forse troppo naïve, perché l’uomo si dimostra attaccato con le unghie e con i denti al proprio privilegio. L’uomo è disposto ad aprire l’archivio – certamente – e ad accettare voci femminili – ovviamente. L’uomo è contento che le donne si emancipino – ci mancherebbe altro – e non solo, le accompagna manina a manina nel loro percorso. Ma non appena deve togliere qualcosa a sé stesso, farsi da parte, rinunciare a qualcosa, fare silenzio, non entrare, uscire, non passare, cambiare, allora impazzisce, piange, inneggia all’estremismo, grida al matriarcato, istericamente urla che quello che vogliamo è la parità, non una nuova dinamica di potere.

L’uomo allora diventa improvvisamente vittima, rimane scioccato, non sa spiegarsi una tale ingiustizia. Questo perché egli, nell’arco della vita, ha sperimentato l’esclusione solo come conseguenza di una punizione, mai come esperienza legata alla propria identità. “Non esci stasera perché ti sei comportato male, perché sei in punizione!” E mai “Non esci stasera perché non sta bene che un maschietto esca la sera tardi”. Allora l’uomo, egocentrico e narcisista, si sente attaccato personalmente da questa esclusione, la vive come una conseguenza di qualche suo comportamento, come un feedback a qualche suo input sbagliato. Difatti, subito alzando le mani indignato dice: “Ma io non ho fatto niente per meritarmi tale esclusione!”. Infatti non gli passa nemmeno per l’anticamera del cervello che la creazione di uno spazio femminile non si basi sul principio dell’assenza maschile, ma su quello della presenza femminile. L’uomo non vede differenza tra i due concetti, perché per lui donna è solo l’Altro rispetto a sé, non è dotata di identità propria, se non in riferimento all’Io virile.

L’uomo vede uno spazio separatista come uno spazio di vuoti, non di pieni. Vede solo l’assenza di Lui, non la presenza di Lei. E nel caso in cui riuscisse a capirlo, per lui sarebbe ancora peggio. Immaginare una felicità femminile, totalmente libera ed indipendente dal pene, equivale per il maschio all’evirazione per eccellenza. La figura della lesbica rappresenta l’emblema di questo trauma. Da questo nasce l’ossessione maschile per l’omosessualità femminile, una sorta di feticcio erotico masochista per dei corpi per cui il pene è totalmente inessenziale. E a questo è abbinato il costante desiderio di imporre uno sguardo dominante sull’erotismo lesbico. L’uomo deve guardare, controllare, monitorare cosa succede. Deve nevroticamente sussumere la sessualità lesbica, deve rivendicarne la proprietà, deve assicurarsi di essere lui il proprietario ed il fine ultimo del sesso femminile.

Lo sguardo maschile domina, e allora egli deve guardare, il suo sguardo deve entrare ovunque, onnipresente e ubiquo come il Dio che egli incarna, che tutto vede, tutto sa e tutto controlla. Deve guadare dentro uno spazio separatista, per controllare che nulla succeda che metta in crisi il suo potere. Questa ossessione ricorda quella dei coloni francesi, bianchi, per gli spazi delle donne algerine. Gli spazi della casa, spazi divisi, solo femminili, esoticizzati ed eroticizzati, luoghi oscuri, ora di perversione, ora di magia, luoghi che attraevano ma spaventavano. Ed il velo delle donne, che ne copriva i volti ed i corpi, divenne ben più che una semplice ossessione per i comandi francesi. Essi infatti, abituati ad arrivare ovunque, a controllar tutto, a possedere ogni cosa, non potevano tollerare di essere esclusi dalla vista di quei corpi. Fanon descrive l’apoteosi di questo delirio nel momento dello stupro, in cui l’uomo finalmente scopre ciò che gli era negato, coperto. Egli svela il velato, si riappropria dello spazio del corpo della donna, spazio che gli appartiene di diritto. Così egli può finalmente tranquillizzarsi, stendersi e riprendersi tutto lo spazio che vuole, riempiendo con la sua persona e il suo pisello quelli che egli considera spazi vuoti, spazi di nessuno, terre vergini, colonizzando una terra-donna che se non è di uomo non è di nessuno.

Il privilegio maschile è una struttura di potere, che in quanto tale ha costantemente paura di crollare. Similmente, se lo Stato-nazione fosse realmente un’organizzazione democratica della vita umana, non avrebbe bisogno di controllare ogni meandro della vita di cittadini e cittadine, costantemente spaventato dal pericolo di cospirazione. Solo il potere è spaventato dalla libertà, ed è infatti la paura per la libertà a svelare i sistemi di potere. Solo chi è su un piedistallo ha paura di cadere.

Così il patriarcato, nel terrore che il privilegio gli crolli sotto i piedi, deve instaurare un sistema di sorveglianza sulla vita delle donne. Purtroppo per il patriarcato, una lessicografia femminista suggerisce che il sostantivo privilegio possa essere retto solo dal verbo espropriare. Nessun padrone mai restituirà alle sfruttate ciò che a loro è stato rubato, che ai ricchi serve ad ingrassare, e ai poveri a sopravvivere. Allo stesso modo, non ci aspettiamo che nessun uomo ci ridia indietro lo spazio di vita che ci è stato rubato, che a voi serve per colmare i vostri capricci infantili, e a noi a ricostruire le nostre vite depredate.

L’emancipazione femminile non avverrà raggiungendo gli uomini al livello attuale del loro privilegio. Questo è impossibile, poiché l’opulenza maschile si basa sulla povertà femminile, la libertà spaziale maschile si basa sulla reclusione femminile. Che vi piaccia o no, la nostra emancipazione può solo passare attraverso l’esproprio. Siate pronti ad essere espropriati. Non ci aspettiamo che ci concediate niente, nessun padrone concede nulla per bontà. E non proveremo a rassicurarvi su niente – che non dovete essere spaventati dal femminismo, che anche voi ne siete delle vittime, che capiamo quanto sia difficile portare il fardello dell’uomo etero. È sempre compito delle donne spiegare, capire, tollerare ed educare gli uomini al femminismo. Abbiamo rinunciato al lavoro di cura. Ci prenderemo tutto lo spazio che ci spetta e che ci va. Non frega una fregna a nessuno che siate d’accordo o meno.

E per favore, niente men tears sull’aggressività dei modi. Siamo stufe di fare da mamme a bambini viziati.

 

NB questo testo è stato scritto tempo fa, di getto. Ne riconosco i limiti in una dialettica dualistica che potrebbe risultare escludente per molte soggettività, se così fosse me ne scuso. Per licenza poetica ho evitato di sottolineare che mi riferisco prettamente a uomini cis eterosessuali, precisazione che faccio qui. Fuoco alle terf nsomm.