Nasce tutto così: uno spazio, uno spazio fisico, una casa. Delimitata dai confini dei suoi muri, viene occupata da un gruppo di compagne che decidono di farne uno spazio attraversato da sole donne. Uno spazio sicuro, autodeterminato. Una piccolissima, minuscola, microscopica parte di mondo, che per il brevissimo tempo che la vita umana e le casualità esterne le concederanno, rimarrà un luogo di vita prettamente femminile.
Putiferio. Le critiche volano, la questione è spinosa, controversa. Molti uomini non sono d’accordo. Logicamente, nessun oppressore è stato mai d’accordo con le pratiche di liberazione dal proprio stesso dominio. Le critiche al separatismo si muovono su molti livelli. C’è la critica funzionale (“non è efficace”), la critica ideologica (“è estremista”), e il matriarcato, e la seconda ondata, e i 70, e chi più ne ha, più ne metta.
La verità è che il separatismo è un problema che concerne l’uomo, non la donna. E questo perché l’uomo, di fronte ad un accesso negato, si trova davanti ad una sensazione nuova, che non ha mai sperimentato in vita sua: l’esclusione.
Mai l’uomo è mai stato escluso dallo spazio pubblico, di sera, con la paura di essere stuprato. Mai ha sperimentato la sensazione che quel luogo non gli appartenesse, non fosse fatto per lui. Né negli spazi solitari, ha avuto paura di trovarsi da solo con qualcuno, né in quelli affollati, ha avuto paura di trovarsi mani viscide e indesiderate in mezzo alle cosce e sentire i conati di vomito salire a ondate.
Mai il bambino è stato escluso dallo spazio dei giochi, mai gli è stato detto noi i maschietti in squadra non li vogliamo.
Mai l’uomo è mai stato escluso da un linguaggio che non lo rappresenta, mai egli fu chiamato con parole fatte per altri. Mai l’uomo è stato escluso dallo sguardo, mai fu non visto, non notato, ignorato, dimenticato.
Mai l’uomo fu escluso dai ruoli del potere, mai dalle cariche politiche, mai dalle cattedre universitarie. Mai si sentì escluso dalla storia del sapere, mai un accesso fu negato in una biblioteca, in una chiesa, in un ufficio, in un gruppo armato, in una nave di pirati, in una sezione di partito, in una sala d’oppio, o in salotto quando ci sono ospiti.
Mai gli fu negato di sedersi a tavola, mai di mangiare davanti ad altri.
Mai l’uomo è stato escluso dal proprio corpo, mai provò la sensazione di abitare una casa di carne che non gli appartiene, e che al massimo abita in affitto. Mai egli fu proprietà altrui, mai gli fu negato l’accesso alla sua stessa carne.
Mai egli scoprì parti del proprio corpo di cui mai aveva immaginato l’esistenza, che gli erano state oscurate ed interdette. Mai venne brutalmente privato di queste con un coltello da cucina.
Mai soprattutto l’uomo fu escluso dal proprio sé, dalla sua stessa identità. Mai l’uomo si è svegliato la mattina volendosi strappare di dosso l’altro che è in sé, chiedendosi disperatamente chi sono io? Cosa di me è mio e cosa di me è un risultato dello sguardo che mi ha forgiato? Mai l’uomo ha esperito la colonizzazione della mente, mai l’uomo ha provato il panico di un’oppressione che giace nel letto, che giace nel cuore. Mai l’uomo ha avuto la percezione che tutto lo spazio della propria vita fosse occupato da un’entità esterna, estranea, coloniale.
Mai l’uomo ha sofferto la mancanza di spazio.
L’uomo è cresciuto rassicurato dal suo protagonismo costante, dal suo egoismo narcisista e viziato. L’uomo non vede il soffocamento femminile perché ci è seduto sopra. Non ha mai visto ergere un confine alla sua onnipotenza, onnipresenza, onniscienza. Non esistono per lui zone d’ombra, nulla gli è stato interdetto. Egli è in sé stesso, ma è anche fuori da sé: la sua identità maschile si espande in modo uniforme oltre ogni confine, perché il mondo è maschio e il maschio è il mondo, e comodamente i confini della sua identità si stiracchiano verso ogni dove, prendendosi lo spazio del femminile, senza chiedere, perché l’uomo dà per scontato che ogni spazialità gli sia stata democraticamente concessa. Il mondo è fatto a sua immagine e somiglianza.
L’uomo che non è d’accordo con il separatismo è come quei bambini che, abituati ad avere tutto, ben più di quanto essi necessitino, piagnucolano e fanno i capricci nel momento in cui viene loro tolto anche il più piccolo giocattolo, quello che non usano mai. Cosa provoca il pianto nel bimbo sottratto dell’inessenziale? A cosa serve agli uomini entrare nell’unico spazio cittadino a loro interdetto? Sono pochi metri, in fondo, in un mondo intero. Il problema è che quel veto, quel NO, fa crollare la sua onnipotenza. Mette in crisi la sua condizione divina, lo costringe a rivalutare sé stesso.
Mbembe diceva che ampliare l’archivio non è solo un atto di inclusione, ma un atto di messa in crisi. Accettare fonti diverse nell’archivio implica che le fonti presenti diventeranno qualcosa di diverso: se io accetto la tua omosessualità, qualcosa della mia eterosessualità va in crisi. Se accetto che puoi essere italiana e nera allo stesso momento, qualcosa nelle mie certezze nazionaliste va in crisi. Se accetto che puoi vivere una relazione poliamorosa soddisfacente, qualcosa nella mia monogamia va in crisi. Allo stesso modo, se accetto che un gruppo di donne possa vivere senza uomini, avere un’esperienza politica appagante ed intensa, da cui io sono escluso, qualcosa nel mio delirio di onnipotenza maschile va in crisi. In questo senso il separatismo femminile è un problema maschile.
E alcune penseranno – che occasione stupenda potrebbe essere per l’uomo incontrare sulla sua strada un’esperienza che gli permette di mettere in crisi la propria mascolinità tossica! E chi lo pensa è forse troppo naïve, perché l’uomo si dimostra attaccato con le unghie e con i denti al proprio privilegio. L’uomo è disposto ad aprire l’archivio – certamente – e ad accettare voci femminili – ovviamente. L’uomo è contento che le donne si emancipino – ci mancherebbe altro – e non solo, le accompagna manina a manina nel loro percorso. Ma non appena deve togliere qualcosa a sé stesso, farsi da parte, rinunciare a qualcosa, fare silenzio, non entrare, uscire, non passare, cambiare, allora impazzisce, piange, inneggia all’estremismo, grida al matriarcato, istericamente urla che quello che vogliamo è la parità, non una nuova dinamica di potere.
L’uomo allora diventa improvvisamente vittima, rimane scioccato, non sa spiegarsi una tale ingiustizia. Questo perché egli, nell’arco della vita, ha sperimentato l’esclusione solo come conseguenza di una punizione, mai come esperienza legata alla propria identità. “Non esci stasera perché ti sei comportato male, perché sei in punizione!” E mai “Non esci stasera perché non sta bene che un maschietto esca la sera tardi”. Allora l’uomo, egocentrico e narcisista, si sente attaccato personalmente da questa esclusione, la vive come una conseguenza di qualche suo comportamento, come un feedback a qualche suo input sbagliato. Difatti, subito alzando le mani indignato dice: “Ma io non ho fatto niente per meritarmi tale esclusione!”. Infatti non gli passa nemmeno per l’anticamera del cervello che la creazione di uno spazio femminile non si basi sul principio dell’assenza maschile, ma su quello della presenza femminile. L’uomo non vede differenza tra i due concetti, perché per lui donna è solo l’Altro rispetto a sé, non è dotata di identità propria, se non in riferimento all’Io virile.
L’uomo vede uno spazio separatista come uno spazio di vuoti, non di pieni. Vede solo l’assenza di Lui, non la presenza di Lei. E nel caso in cui riuscisse a capirlo, per lui sarebbe ancora peggio. Immaginare una felicità femminile, totalmente libera ed indipendente dal pene, equivale per il maschio all’evirazione per eccellenza. La figura della lesbica rappresenta l’emblema di questo trauma. Da questo nasce l’ossessione maschile per l’omosessualità femminile, una sorta di feticcio erotico masochista per dei corpi per cui il pene è totalmente inessenziale. E a questo è abbinato il costante desiderio di imporre uno sguardo dominante sull’erotismo lesbico. L’uomo deve guardare, controllare, monitorare cosa succede. Deve nevroticamente sussumere la sessualità lesbica, deve rivendicarne la proprietà, deve assicurarsi di essere lui il proprietario ed il fine ultimo del sesso femminile.
Lo sguardo maschile domina, e allora egli deve guardare, il suo sguardo deve entrare ovunque, onnipresente e ubiquo come il Dio che egli incarna, che tutto vede, tutto sa e tutto controlla. Deve guadare dentro uno spazio separatista, per controllare che nulla succeda che metta in crisi il suo potere. Questa ossessione ricorda quella dei coloni francesi, bianchi, per gli spazi delle donne algerine. Gli spazi della casa, spazi divisi, solo femminili, esoticizzati ed eroticizzati, luoghi oscuri, ora di perversione, ora di magia, luoghi che attraevano ma spaventavano. Ed il velo delle donne, che ne copriva i volti ed i corpi, divenne ben più che una semplice ossessione per i comandi francesi. Essi infatti, abituati ad arrivare ovunque, a controllar tutto, a possedere ogni cosa, non potevano tollerare di essere esclusi dalla vista di quei corpi. Fanon descrive l’apoteosi di questo delirio nel momento dello stupro, in cui l’uomo finalmente scopre ciò che gli era negato, coperto. Egli svela il velato, si riappropria dello spazio del corpo della donna, spazio che gli appartiene di diritto. Così egli può finalmente tranquillizzarsi, stendersi e riprendersi tutto lo spazio che vuole, riempiendo con la sua persona e il suo pisello quelli che egli considera spazi vuoti, spazi di nessuno, terre vergini, colonizzando una terra-donna che se non è di uomo non è di nessuno.
Il privilegio maschile è una struttura di potere, che in quanto tale ha costantemente paura di crollare. Similmente, se lo Stato-nazione fosse realmente un’organizzazione democratica della vita umana, non avrebbe bisogno di controllare ogni meandro della vita di cittadini e cittadine, costantemente spaventato dal pericolo di cospirazione. Solo il potere è spaventato dalla libertà, ed è infatti la paura per la libertà a svelare i sistemi di potere. Solo chi è su un piedistallo ha paura di cadere.
Così il patriarcato, nel terrore che il privilegio gli crolli sotto i piedi, deve instaurare un sistema di sorveglianza sulla vita delle donne. Purtroppo per il patriarcato, una lessicografia femminista suggerisce che il sostantivo privilegio possa essere retto solo dal verbo espropriare. Nessun padrone mai restituirà alle sfruttate ciò che a loro è stato rubato, che ai ricchi serve ad ingrassare, e ai poveri a sopravvivere. Allo stesso modo, non ci aspettiamo che nessun uomo ci ridia indietro lo spazio di vita che ci è stato rubato, che a voi serve per colmare i vostri capricci infantili, e a noi a ricostruire le nostre vite depredate.
L’emancipazione femminile non avverrà raggiungendo gli uomini al livello attuale del loro privilegio. Questo è impossibile, poiché l’opulenza maschile si basa sulla povertà femminile, la libertà spaziale maschile si basa sulla reclusione femminile. Che vi piaccia o no, la nostra emancipazione può solo passare attraverso l’esproprio. Siate pronti ad essere espropriati. Non ci aspettiamo che ci concediate niente, nessun padrone concede nulla per bontà. E non proveremo a rassicurarvi su niente – che non dovete essere spaventati dal femminismo, che anche voi ne siete delle vittime, che capiamo quanto sia difficile portare il fardello dell’uomo etero. È sempre compito delle donne spiegare, capire, tollerare ed educare gli uomini al femminismo. Abbiamo rinunciato al lavoro di cura. Ci prenderemo tutto lo spazio che ci spetta e che ci va. Non frega una fregna a nessuno che siate d’accordo o meno.
E per favore, niente men tears sull’aggressività dei modi. Siamo stufe di fare da mamme a bambini viziati.
NB questo testo è stato scritto tempo fa, di getto. Ne riconosco i limiti in una dialettica dualistica che potrebbe risultare escludente per molte soggettività, se così fosse me ne scuso. Per licenza poetica ho evitato di sottolineare che mi riferisco prettamente a uomini cis eterosessuali, precisazione che faccio qui. Fuoco alle terf nsomm.
