Un’indovina appoggia il palmo di una mano arida sulla mia fronte. Mi guarda con occhi di mandorla, occhi grandi di gatta selvatica. Occhi come i miei. La guardo e vedo me, il mio riflesso nello specchio. Confusione, forse droghe. Ma sono io questa indovina? Sei Altra o sei Io? Chi sei, indovina? Chi sei tu che appoggi il palmo di una mano arida appena sopra i miei occhi di mandorla.
Pausa.
L’indovina mi guarda e sorride, ma non muove le labbra. Le labbra. Immobili. Due lembi di carne succosa, se li osservo attentamente riesco quasi a percepire il tremore del sangue che pulsa appena sotto la superficie sottile di quel velo di pelle rossa.
L’indovina mi guarda e sorride con gli occhi. Grandi. Enormi. Giganteschi. Sorridendo gli occhi si aprono, si allargano, si espandono. Il nero della pece esce dal confine della pupilla, le copre il naso, le labbra, il viso, occupa tutto il mio campo visivo, due occhi diventano uno solo, la pece si prende tutto, adesso vedo solo nero, il nero dei suoi occhi, o forse è nero perché li ho chiusi io, o forse è nero perché mi sono avvicinata troppo al suo viso e ci sono caduta dentro, forse non erano occhi erano buchi e mi hanno risucchiata e adesso non ho percezione di quello che succede, non so dove sono, mi gira la testa – sarà una magia? -, sento solo dita scorrermi sulla pelle, cento dita, mille dita contemporaneamente, non sono più aride, sono morbide, adesso sono umide, intinte nella fontana della vita che mi cola tra le gambe, cola rosso, cola il sangue che la vita la dona e la toglie, come questa indovina.
Un corpo di gatta adesso è sopra di me, muscoli tesi, io inerme, mi guida ma non temo nulla. Un’energia bianca si è appropriata delle mie membra. Espiro, sopraffatta.

